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Pinacoteca Edo Cei >>link al sito ufficiale

Ogni paese, ogni cittadina ha, simbolicamente e materialmente, un luogo per eccellenza che custodisce i segni identificativi di quella comunità e ne mette in luce i tratti salienti. Per cui ogni amministrazione ha il dovere di individuare quei luoghi, quegli edifici, quelle opere d’arte, quella porzione di accadimenti senza i quali quella collettività non sarebbe stata quella che è. E secondo questa prospettiva fare cultura significa avere come centro ispiratore delle scelte politiche, la storia della comunità locale, patrimonio nel quale si attua l’intreccio saliente fra arte, società, tradizioni. In questo senso l’Ente Locale diventa, a buon diritto, il promotore di operazioni a ampio raggio, con le quali si misura l’efficacia e la lungimiranza del governo e dell’amministrazione. Fra i luoghi densi di significato da noi individuati per Castel del Piano, un posto fondamentale spetta a Palazzo Nerucci, sintesi di quasi 500 anni di vita cittadina. Qui abbiamo voluto che trovasse ospitalità lo spaccato della storia contadina (Centro studi dedicato alla memoria di Ildebrando Imberciadori), di quella delle tradizioni popolari (uno spazio del palazzo è riservato, ad esempio, ai Cardellini del Fontanino e un altro alla scuola comunale di musica), la rassegna della comunicazione giornalistica (emeroteca), una mostra di opere d’arte. Ed è per questa ragione che con grandissimo entusiasmo abbiamo accolto la donazione del pittore Edo Cei, che ha voluto dotare Castel del Piano di una raccolta straordinaria: cartelloni pubblicitari che raccontano eventi e personaggi del nostro paese e lo ritraggono, con ironia e con poeticità, come era circa 50 anni or sono, quando Cei era poco più di un ragazzo; ma un giovane già abilissimo nel sottolineare mode e tendenze di allora e nel fissare i connotati dei coetanei che oggi anche noi possiamo riconoscere con facilità. Consegnandoci quei cartelloni, insieme con alcuni dipinti pressappoco dello stesso periodo, Cei ci affida una di quelle tessere di storia castelpianese in particolare e amiatina in generale, a cui prima facevo riferimento. Un patrimonio unico, prezioso e originale che noi siamo onorati di possedere e di cui faremo tesoro, mettendolo a disposizione di tutti in una mostra permanente in un’ala di Palazzo Nerucci. Con l’auspicio, inoltre, che possa diventare anche luogo di studi e di ricerche di appassionati e esperti d’arte.

 

Franco Ulivieri
Sindaco di Castel del Piano


Introduzione
Nelle regole che presiedono all’allestimento di una mostra o di un museo che sia, giocano migliaia di variabili. Che dipendono dagli scopi che si vogliono raggiungere e dal segno sotto il quale sarà condotta l’esposizione. Nel caso di questa rassegna di opere, che Edo Cei ha donato al Comune di Castel del Piano, si è tenuto conto prima di tutto di due obiettivi: costruire un percorso che raffiguri Castel del Piano (e l’Amiata), per lo meno così come esso era impresso nell’immaginario di una fetta dei suoi giovani, a cominciare, in particolare, dagli anni ’50; e proporre un assaggio della versatilità artistica di un ancora giovane Edo Cei del quale, qui a palazzo Nerucci, trovano spazio esempi di opere che attraversano quasi trent’anni della sua storia di pittore, dal 1952 fino al 1978.
Ed è stato proprio uno di quei giovani di allora, amico carissimo di Cei, che ha dato l’input a tutta l’ operazione. L’ingegner Gino Pieri, infatti, è stato, per così dire, il “regista”che ha attivato una serie di incontri fra l’artista e l’amministrazione comunale, da cui ha potuto prendere il via l’idea di dotare Castel del Piano di un piccolo forziere storico di memorie pittoriche. L’ingegner Pieri, insomma, prima della sua improvvisa scomparsa, aveva già disposto, a puntino, tutte le pedine in una scacchiera virtuosa, grazie alla quale si è potuto condurre a termine il progetto della donazione Cei e di un museo castelpianese che ne ospiti le opere.
La prima sezione museale racchiude 20 caricature dipinte con varie tecniche (china, lapis) e la seconda 6 manifesti a tempera su carta da pacchi bianca. Chiudono la rassegna “castelpianese”, due quadri a olio su tela: “Vecchio cinema all’aperto e “Partire in un giorno di festa”. Seguono, nella terza sezione, 6 dipinti (1965-1975) che esprimono le prime tematiche esistenziali che in seguito saranno l’ossatura della ricerca pittorica dell’Autore.
Al visitatore curioso di questo vario e composito repertorio tematico e tecnico, starà decifrare il significato e la portata degli ancora fascinosi anni 50-70 in cui Cei si esprime come illustratore, caricaturista, vignettista, creatore di storie e sequenze pubblicitarie, e pittore naturalmente. Un insieme quanto mai fluido e aperto in cui però, sono rintracciabili delle costanti che rendono il prodotto complessivo di palazzo Nerucci, omogeneo e ricco di spunti per focalizzare l’essenza dell’arte di Cei. Prima fra tutte, la costante dell’ironia che fa da chiave di lettura di ognuna delle sezioni. Ironia più esplicita, direi goliardica, nelle caricature e nei manfesti, ironia che si fa “filosofia” man mano che la pittura cresce nelle tecniche e nella tematica. Un’ironia dissacrante, alla maniera novecentesca , capace di “rovesciare” i consueti punti vista e il mondo stesso. Che è poi quella straordinaria capacità di guardare in faccia il destino dell’umanità, morte compresa, naturalmente. Ironia, anche, come voglia di oggettivare e di sdoppiarsi fra l’essere scienzato e rimanere groviglio dolente di sentimenti umanissimi e infine ironia come levità intellettuale, disponibilità lungimirante a capire, raccontare e spiegare.
F. B.


Le 20 caricature a china o lapis su cartoncino fissano alcuni dei tipi di Castel del Piano nello scenario cronologico degli anni ’50: Gastone Grazzi, Gastone Pioli, Arturo Frosoni, Dino Marchini, Gino Pieri, Solideo Vannuzzi, Fernando Bonelli, Lorio Vannuzzi, Luigi Fucci, Don Giuseppe, Marina Scanni, Tosca Belli, Lido Tosti, Werter Cambri, Enzo Bardelli, poi un non meglio identificato professore di Arcidosso, uno di francese, un pensionato, un Marchini, una Ferraloro. Per i castelpianesi la gran parte di questi nomi è immediatamente collocabile e rappresenta non solo una galleria di facce, profili e istantanee, ma la carta d’identità di un’epoca, coi suoi segni caratteristici, i suoi tic, le malizie della gioventù, la capacità di sorridersi addosso. Una stagione intera che bussava alla porta degli incandescenti e mitici anni 60. Cei racconta, appunto, con il suo tocco già da maestro, i miti castelpianesi: i Cardellini del Fontanino che cinguettano come uccelli canori nella testa di Gastone Pioli, oppure un Fernando Bonelli con i piedi sulle racchette da sci e gli sci impugnati come racchette, in un momento in cui l’arte di sciare riguardava solo pochissimi esperti e la montagna cominciava appena a prospettarsi un futuro turistico legato alla neve. E poi il grande serbatoio di caricature del pianeta scuola, con il preside Fucci, inconfondibile nei ricci della capigliatura e negli occhi a palla che sembrano uscire dalle orbite. E con Marina Scanni, l’insegnante di ginnastica famosa per la sua fobia dei topi. E poi Tosca Belli, con i capelli raccolti alla maniera di una vamp e oggetto del desiderio di tutti i giovani di allora. Insomma una galleria in cui sfilano i compagni di strada di un giovanissimo pittore con la vocazione alla curiosità e allo sberleffo, pronto a passare al vaglio la microrealtà quotidiana con un segno che non perdona.

F. B.

 

Le 20 caricature

Gastone Grazi

Gastone Grazi
China su cartoncino

Gastone Pioli

Gastone Pioli
China su cartoncino

Arturo Frosoni

Arturo Frosoni
China su cartoncino

Dino Marchini

Dino Marchini
China su cartoncino

Gino Pieri

Gino Pieri
Lapis su cartoncino

Solideo Vannuzzi

Solideo Vannuzzi
China su cartoncino

Marchini

... Marchini
China su cartoncino

Fernando Bonelli

Fernando Bonelli
China su cartoncino

Pensionato

Pensionato
China su cartoncino

Lorio Vannuzzi

Lorio Vannuzzi
China su cartoncino

Prof. Isti. Magistrale

Prof. Ist. Magistrale
China su cartoncino

Luigi Fucci

Luigi Fucci
China su cartoncino

Don Giuseppe

Don Giuseppe
China su cartoncino

Marina Scanni

Marina Scanni
China su cartoncino

Prof. Ferraloro

Prof. Ferraloro
China su cartoncino

Tosca Belli

Tosca Belli
China su cartoncino

Enzo Bardelli

Enzo Bardelli
Lapis su cartoncino

Werter Carmbi

Werter Crambi
China su cartoncino

Prof. Arcidosso

Prof. Arcidosso
Lapis su carta riso

Lido Tosti

Lido Tosti
Lapis su carta riso


I sei manifesti
I sei manifesti a tempera su carta fanno da pendant alle caricature. Dove Cei diventa artista-pubblicitario, aperto al presente e disposto a operare in uno spazio esterno, il più vicino possibile al quotidiano sociale. Vi ancheggiano fanciulle elastiche e carnose come le dive del cinema (e come non pensare alla “Signorina Grandi firme”, di uno degli illustratori italiani più in voga negli anni 30-40, Gino Boccasile), di mosse, di comportamenti, di atteggiamenti alla moda, in quel mutevole decennio degli anni 50 che si mostra tanto vivacemente attivo.
Cei, quasi con estatica malizia, si fa cronista minuzioso e graffiante, e il racconto si nutre di tutti gli apporti figurali delle comunicazioni di massa degli anni 50 e deride, quasi con filosofici ammiccamenti, i vizi neppure tanto occulti e le virtù delle compagnie goliardiche di allora. Dal “veglionissimo dei Promessi Spassi” con licenza del preside Fucci (Vidit Luigi, si legge al termine della grida), al veglioncino per bambini con un centro storico animatissimo, chiacchierone e canoro (volare oh,oh, canta a squarciagola una massaia che tende i panni), alle Follie di mezza estate all’Hotel Impero con donnina conturbante in primissimo piano e un sovente reiterato Gastone Pioli, duramente sconfitto in un torneo di tennis, fino alla esilarante serata del profumo e poi il veglionissimo di fine d’anno: il 1957 si portava via, in un sacco enorme, lo sputnik, l’asiatica, carosello, gli stupefacenti, gli scioperi, Claudio Villa, il caso Montesi, Cutolo e le telestupidaggini.
Un mare di informazioni, di riferimenti alle cose, agli eventi, alla notizia, con una curiosità e una venatura di critica pungente ma soft, con un’aria canzonatoria che è sempre anche autocritica non esente da inquietudine esistenziale e voglia di mettersi in discussione: come nelle “Follies caperces”in cui la “maestrina dalla penna rossa” balla con l’hula hop davanti a scalpitanti studenti scalmanati. Una gioventù beata, ma mai vissuta all’insegna dell’evasione dalle cose della vita. In cui, anzi, l’attenzione a una realtà in rapidissima trasformazione avrebbe, di lì a poco, spalancato la porta a una stagione più pensosa e filosofica, con i grandi temi cari a Cei: la violenza della società e dei suoi mezzi di comunicazione e la morte, raccontata, ad esempio, nel momento della perdita di un amico caro, Danilo Pioli, che lascia, in una Piazza Garibaldi gremita, ma muta e ovattata, se pure in un giorno di festa, le orme e i bagagli della sua umanità.

F.B.

 

Follie di mezza estate

Follie di mezza estate
Tempera su carta da
pacchi bianca

Serata del profumo

Serata del profumo
Tempera su carta da
pacchi bianca

Veglionissimo di fine anno

Veglionissimo
Tempera su carta da
pacchi bianca

Veglione dei bambini

Veglione dei bambini
Tempera su carta da
pacchi bianca

Follies Caperces

Follies Caperces
Tempera su carta da
pacchi bianca

I Promessi Spassi

Follies Caperces
Tempera su carta da
pacchi bianca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiacchierando con l’autore

I 6 manifesti che sono poi una minima parte di una collana lunga quasi quanto la tua giovinezza, costituirono, per quegli anni, un veicolo pubblicitario a tutti gli effetti…
La pubblicità attuale viene prodotta da un’équipe di specialisti, operanti in vari settori: il copywriter, per esempio, scrive i testi, e poi il grafico, il fotografo, l’art director: una sorta di supervisore estetico, il responsabile del marketing, l’account che fa da tramite fra l’agenzia e il cliente e propone il budget o investimento pubblicitario e infine lo psicologo per le indagini sul mercato e sul possibile fruitore medio o target. Si usano sofisticate tecnologie elettroniche, anch’esse dal nome rigorosamente inglese ed attrezzature cine-video-tele-foto-digitali, dai nomi tedesco o giapponese. Li chiamano creativi, elevandoli così al rango di padreterno. Ma allora, nell’Italia del dopoguerra, i pubblicitari erano semplicemente cartellonisti e Castel del Piano, negli anni che vanno dal 1948 al 1957, ha avuto il suo cartellonista: ebbene, lo confesso, ero io.

Un termine, per i giovani di oggi, forse limitatante, se non dispregiativo…
Il termine può sembrare dispregiativo o, comunque, riduttivo. Invece il cartellonista ha, per così dire, un suo blasone, perchè da oltre un secolo e mezzo la pubblicità o, come si diceva, la réclame, usava il manifesto. Non per niente si dedicò ad esso il grande Toulouse Lautrec. E la pubblicità, salvo rare eccezioni come gli inserti filmati in bianco e nero della “Settimana Incom”oppure i primi Caroselli sull’unico canale RAI, si faceva su manifesto, eccetto che negli Stati Uniti, dove, già dalla prima guerra mondiale, ci si avvaleva dei media.

Da noi, invece, andavano per la maggiore i cartelloni. Una vera e propria forma d’arte, con nomi famosi che hanno tutt’oggi grande notorietà e fascino, tanto che i loro manifesti o di grandi dimensioni o riprodotti nelle cartoline illustrate, sono diventati anche oggetti di antiquariato appetibili e costosi.
E’ vero, da noi questa forma d’arte si sviluppò a tal punto da raggiungere risultati di grande rilievo artistico, per mezzo del sistema litografico. Pittori come Codognato, Cappiello, Mazza, Dudovich erano, con altri, le firme più prestigiose e i loro cartelloni si moltiplicarono con prodigiosa rapidità nelle stazioni ferroviarie, sulle fiancate dei tram, nei teatri, sulle facciate dei palazzi in. E oggi sono esposti nei principali musei del mondo.

Con quale procedimento si ottenevano?
I bozzetti dei pittori venivano fotografati e quindi scomposti in grossi clichés, uno per ogni colore. I quali, inchiostrati e pressati, riproducevano il dipinto. Procedimento costoso, delicato e lungo, tanto che poche tipografie erano in grado di eseguirlo.

E invece i tuoi manifesti castelpianesi?
I miei manifesti erano dipinti a mano, uno per uno, e si rivolgevano, all’inizio,solo alla gente del paese o, al massimo, al perimetro dell’Amiata.

Ma poi ti allargasti…
A Livorno pubblicizzai “Il Tirreno”, con l’allora notissimo strillone dalle tonsille rosse, sulla barchetta costruita di carta di giornale; e a Roma i prodotti Biotim, mangimi per animali.Sempre a Roma collaborai saltuariamente come caricaturista dei politici a “Il travaso”, che sotto la direzione di Guasta, ospitava scritti di Giannini(quello dell’Uomo qualunque), di Mosca, di Campanile, di Fellini che ancora non era regista, e disegni di Attalo, Vighi, Molino.

Ambiente stimolante Roma, ma torniamo agli anni di Castel del Piano. Dove l’unica forma di pubblicità era la tua.
Per dire la verità ce n’era anche un’altra di pubblicità, acustica, per così dire. Quando l’altoparlante chiamava la gente in piazza per l’ennesimo comizio politico oppure quando la Chiccaia, spingendo un carretto con sopra due teglie di mele cotte, gridava il suo slogan. E reclamizzava i suoi prodotti con l’inconfondibile “..a bulloreeee!!!” se le mele erano ancora calde. Oppure con un “come ce l’ho …le mele!!!” se si erano raffreddate. E poi c’erano le campane. Lo spot, il loro, più antico e suggestivo del mondo. E chiamate pomposamente, nel bando dei festeggiamenti di settembre “sacri bronzi”. Come dimenticarselo l’appuntamento settembrino delle 8,30? “Apertura dei festeggiamenti al suono dei sacri bronzi”. Ma non divaghiamo.L’ondata dei ricordi mi porterebbe fuori rotta. Torniamo pure ai miei manifesti dipinti a mano.

Dipinti con quali materiali, con quale tecnica, per quali occasioni?
All’epoca il materiale da pittura si poteva trovare solo al “48”. Acquerelli e tempere in tubetti piccolissimi e pennelli ad uso scolastico. Dipingevo su carta da pacchi bianca. E tutte le volte che andavo a prenderla dovevo ricordare a Jolanda di non piegarla ed ero io ad arrotolarla amorevolmente. Cominciavo col fare uno schizzo approssimativo, quindi procedevo coi colori che non erano coprenti come le moderne tempere, e che mi obbligavano, dunque, a frequenti ripassi. Appena si era asciugato il tutto, toglievo con la gomma le tracce del lapis rimaste, applicavo la marca prescritta con l’annullo della data e affiggevo il manifesto a metà corso, nella vetrina della Cecchetta, punto nevralgico del serale passeggio. La posizione strategica del manifesto mi dava la certezza che prima di cena quasi tutti avrebbero raccolto il messaggio. Di uno spettacolo, di una serata da ballo, di un veglione, di una partita della Neania, di un torneo nazionale estivo di tennis di terza categoria.

Un osservatorio a tutto campo il tuo. Eri una specie di radar che passava al vaglio gli eventi dell’Amiata, ma i tuoi manifesti suggeriscono assai di più. Comprese, con l’ironia che li segna, anche pensosità, struggimenti, sottili inquietudini.
Già da allora ero consapevole delle potenzialità espressive della mia giovane pittura ancora in fase di ricerca e di conseguenza mi sentivo attratto verso temi ed argomenti meno frivoli dei veglioni. Inconsciamente, subii il fascino misterioso e vagamente inquietante di un certo surrealismo. Ma a quel tempo non avevo sotto mano modelli pittorici di riferimento, perché la stringatissima storia dell’arte che si studiava alle magistrali, si fermava all’impressionismo e le grandi mostre si tenevano solo a Venezia, Milano e Roma. Mi riversai, allora, sulla letteratura ad esso parallela e rimasi affascinato dall’allora inedito Franz Kafka e dal nostro Dino Buzzati, il Kafka italiano. Questi approcci letterari dettero alle mie giovanili inquietudini esistenziali un indirizzo, determinante, poi, per la mia successiva produzione artistica. E fu allora che incominciai la prima stesura de “Il processo” e de “Il castello” di Kafka, nonché di “Una goccia” di Buzzati. E che sorpresa quando, leggendo l’analisi di Pietro Citati sullo scrittore praghese, ho avuto conferma che le mie intuizioni interpretative, allora giudicate stravaganti, oggi sono accettate e condivise.

Tornando ai tuoi manifesti, ce ne indichi le fonti di ispirazione e le componenti prevalenti?
Ero molto giovane, allora e da alcuni di essi emerge una certa futilità di contenuti. Si inneggia a feste, balli, giochi di società. Ma il periodo che si stava vivendo spingeva all’ottimismo, alla voglia di dimenticare tensioni e orrori di una guerra appena finita. Joie de vivre era la parola d’ordine. E del resto, oggi, pur senza quei validi motivi, si propongono le stesse cose in molta televisione e in termini assai più pesanti e volgari. In altri manifesti prevale l’umorismo, la satira, lo spirito goliardico, che oggi, salvo quello di Arbore e, qualche volta Chiambretti, è pressochè scomparso. Mi viene in mente la grida secentesca, di manzoniana memoria, nel manifesto per il veglione arcidossino “I promessi spassi”, per i quali dà il suo beneplacito il preside Fucci, cioè “L’illustrissimo et Eccellentissimo et Baffutissimo Gouernatore di caperciana gente, Duca de Los Codaccios y los Peros, Grande Ammiraglio et Grande Contestabile de l’Amiata y Maremma ecc, ecc.”

E spesso compaiono nei manifesti anche le caricature dei tuoi amici di allora.
La caricatura degli amici era l’elemento di spicco, metodo infallibile e un po’ ruffiano per ricordare con più enfasi, all’osservatore che li riconosceva, l’evento reclamizzato. Caricature integrate da frasi o deformazioni attinenti al personaggio: come quello studente di medicina che dice alla ragazza con cui balla: “cara appoggia pure il tuo parietale sul mio sterno” oppure l’altro amico caro, identificabile dai piedoni, e appassionato di tennis, che impugna una padella a mò di racchetta. Per giustificare la frittata fatta al torneo. E in questi vecchi fogli spiegazzati e sfrangiati, si riconosce l’amico sempre arrapato, quello vagamente snob, quello sarcastico e pungente che, in una serata da ballo, inchinandosi a una tardona rimasta seduta, domanda: “balla?” e quando lei si alza, annuendo, la fredda con un “ma…con chi?”. Tante personalità diverse, tante aspirazioni di una intera generazione balzano fuori dai miei schizzi di allora, che andavano a tratteggiare un mondo del tutto diverso da quello odierno, in cui i giovani sono allevati quasi in serie, accomunati nei consumi e nelle mode, nei miti e nelle aspirazioni.

Ma andavi oltre al puro edonismo e non risparmiavi frecciatine polemiche.
Spunti polemici ci sono eccome, e mantengono integra la loro attualità: in un manifesto per il veglionissimo dei bambini, a favore, guarda, guarda, di un patronato scolastico, privo di fondi, si vede un’aula malmessa. Sui banchi piove e sotto l’ombrello un alunno recita: “Che dice la pioggerellina…?” e il compagno: “Che se non fanno la scuola nuova sono guai!”. Insomma dopo mezzo secolo, la vignetta regge ancora.

Invece sono datati gli abiti, le mode, i giochi di allora, raffigurati nei tuoi cartelloni…
Da tutti i manifesti balza fuori la moda di quel periodo: dagli abiti con gonne strette in vita, lunghe e svasate, agli accessori: mi ricordo che durante un’estate imperversò una borsetta-panierino abbastanza buffa, ma senza la quale nessuna ragazza sarebbe uscita di casa. E poi le pettinature e i balli: il calipso, il primo rock and roll, l’hula-hop, quel gioco che consisteva nel far girare attorno alla vita un cerchio leggerissimo, ruotando mollemente il bacino nello stesso senso e che era, credetemi, assai più sexy delle lambade, salse e altro, tanto in voga oggigiorno.

Nei manifesti reclamizzavi spesso la “Pista Corallo”, che doveva essere l’eden delle trasgressioni delle vostre giovinezze. Ma dov’era questo paradiso?
Veniva aperta solo d’estate e si trovava sul retro dell’allora Bar Centrale, di fianco alla piazzetta Santucci. Un alto muro la circondava e la rendeva intima e appartata. Tavoli e sedie di legno sotto alberelli frondosi coronavano la pista da ballo rettangolare. E luci discrete nascoste fra le foglie venivano spente in momenti cruciali. Dietro il muro di cinta c’era un orto. Una volta il proprietario lo concimò, proprio in occasione del ballo intitolato “serata del profumo”, sponsorizzata dalla Vidal di Venezia. L’effetto fu disastroso. Ebbene, l’episodio è descritto nel manifesto. Alla pista Corallo si ballava tutte le sere, dal lunedì al venerdì con i dischi, e il sabato e la domenica con l’orchestra che veniva da Grosseto: spesso era “Zomba” a far musica e si chiamava così perché oltre a essere un bravissimo e versatile cantante, pizzicava anche il contrabbasso con la faccia tinta di nero. Ma locali simili al Bar Centrale c’erano anche ad Arcidosso o a Santa Fiora: il Tennis, ad esempio e La Casina delle Rose, omaggio santafiorese a quella omonima di Roma, naturalmente assai più famosa.

Quale la musica che sceglievate per le vostre serate brave?
Alle colombe bianche, ai papaveri e ai vecchi scarponi di un neonato festival di San Remo, preferivamo le “Feuilles mortes” con i versi di Prévert cantati da Giuliette Greco, oppure il clarinetto di Benny Goodman o i motivi immortali di Cole Porter come “Beguine to Beguine”, “Night and Day”, “I love Paris”, che ci arrivavano grazie ai film americani che si andavano a vedere al cinema del Bettini, mentre Pompilio, con un frustino, teneva a bada i ragazzini in prima fila che schiamazzavano al momento del bacio.

Una sorta di “Nuovo cinema Paradiso” a Castel del Piano. Ma voi preferivate la pista Corallo, una specie di ombelico del mondo…
La Pista del Bar Centrale era il centro delle nostre notti estive, nonché il ritrovo dei villeggianti che allora soggiornavano sull’Amiata per mesi. Lì si facevano conoscenze, ci si innamorava, si odiava, ci si ingelosiva. In quel locale nascevano, vivevano e si esaurivano gli amori, che erano il succo dell’estate, da assaporare, senza lo spettro dell’aids, in assolutà libertà. E se da questi manifesti traspare una gioventù vissuta edonisticamente, è segno che essi erano adeguati all’epoca. Oggi restano fedeli testimoni di quegli anni che poco dopo Fellini avrebbe immortalato ne “I Vitelloni”.

Per Castel del Piano questa tua testimonianza in punta di carboncino e di pennello, è una fetta di storia significativa e esemplare. Per te, solo un “amarcord” o un messaggio indirizzato ai giovani di oggi?
Vorrei fosse un suggerimento per i giovani, una dimostrazione di come si possa gustare a pieno e con fantasia la propria gioventù, pur non essendo figli di papà. Noi abbiamo avuto il privilegio di vivere quegli anni che oggi sono materia di studi e di remake. E con pochissimi soldi a disposizione e notevoli difficoltà negli spostamenti.

Ma qualcosa ci avrai pur guadagnato…
La mia era pubblicità “pura”, perché non cercavo di vendere nulla, non forzavo consumi, ma cercavo solo di invogliare a qualcosa di divertente e gioioso. E per tutto questo nessuno mi pagava. Avevo, però, un grosso compenso: accesso gratuito dappertutto e la simpatia dei più. Che per un ragazzo studente non era cosa da poco.

F.B.

 

Castel del Piano,
dopo il concerto

Castel del Piano,
lo spazzaneve

Castel del Piano,
Schiacce di Pasqua

Castel del Piano,
La chiccaia

Seggiano,
Il primo juke-box

Arcidosso,
Coriandoli bianchi

Castel del Piano,
Casella Alta, Bassa,
Altissima

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Edo Cei, una donazione a Castel del Piano


Torno di nuovo con piacere nello studio di Edo Cei. Non soltanto per rivedere la sua produzione artistica, ma per concertare insieme al maestro queste pagine di presentazione. Cei ha già scelto, con la sua solita cura meticolosa, quanto vuol donare a Castel del Piano: sono opere che rispondono a precise intenzioni come sempre l’espressione artistica di Cei. Gli otto dipinti si distribuiscono infatti secondo due paragrafi, l’uno dedicato alla destinazione amiatina della donazione, a spiegare il trait d’union con questa terra, l’altro a ripercorrere le fasi significative dell’intero percorso stilistico, iconografico e gnoseologico, direi, di questo ‘artista del pensiero’, come talvolta si dice di lui.
Pur livornese di nascita, metà sangue di Edo Cei viene dalle pendici dell’Amiata, e proprio da Castel del Piano dove ha trascorso le villeggiature estive dell’infanzia, nella casa di sua madre, dal 1943 fino al 1959, compreso quel tempo di guerra quando la vacanza si tramutò per i Cei in permanenza continuata per salvarsi dai bombardamenti che devastavano Livorno.
Cei dunque si è insinuato nella vita locale, ne ha vissuto le abitudini, ha stretto amicizie, e questo in gioventù quando iniziava a manifestare l’inclinazione per l’arte e istintivamente la riversava nei gustosi manifesti e nelle caricature che restituiscono oggi il brio ottimista postbellico, uno spaccato di vita paesana di altri tempi, ma con i suoi riflessi di mode e aspetti storici di più ampia portata, documenti ora restituiti con alcuni quadri al luogo d’ispirazione. Della numerosa serie dedicata all’Amiata fanno infatti parte due degli otto dipinti destinati all’esposizione permanente in palazzo Nerucci: Vecchio cinema all’aperto (1966) e Partire in un giorno di Festa, un delicato omaggio, venato di sottile ironia amara, a Danilo Pioli, scomparso in un giorno speciale, il 7 settembre del 1978, vigilia del Palio per Castel del Piano.
Vecchio cinema all’aperto torna pienamente nel clima degli anni Sessanta. Nei profili lineari tinteggiati da atmosfere sospese e irreali, tipiche dell’artista, rese con colori chiari e sfumature a stesure unite e levigate, il vecchio cinema estivo è riconoscibile per tutti i compaesani di allora, anche se trasformato in spazio simbolico che contiene gli elementi di un rebus di Cei: vi campeggiano uno schermo lacerato, una sedia vuota e sola. Il significato va oltre i confini contingenti della veduta di genere locale, segue un sentimento e una riflessione, allora attuali. Cei vuol alludere infatti al propagarsi della violenza nei film d’azione di quegli anni, così cruenti da imprimere e strappare lo schermo. Ne è testimone la sedia vuota dello spettatore, e questo rebus svelato piuttosto che scena di genere risulta chiaramente una critica al decadere dei valori, un atto di vergogna, e l’affermazione – secondo la vena esistenzialista di Cei – di un senso di vuoto.
Poesia amara e sospesa aria di malinconia avvolgono invece Partire in un giorno di festa. Il riferimento è ad un fatto preciso di cronaca locale, la scomparsa di un concittadino amico, Danilo Pioli, proprio nel giorno del palio. L’autore immagina i funerali, celebrati nel primo pomeriggio per non interferire sulla corsa, attraverso un paese sofferente nell’attesa, percorrendo la pista deserta e cosparsa di sabbia, fra le case travestite da materassi e cuscini di protezione: questa mescolanza stridente di impressioni e l’atmosfera concentrata come in una processione spirituale in onore di chi parte per sempre, hanno mosso l’ispirazione dell’artista, sempre attento ai valori dell’esistenza e a commentare gli atteggiamenti dell’umanità. Ora li coniuga con luoghi e vicende riconoscibili come nel gruppo di soggetto amiatino in gran parte esposto ad Arcidosso nel 1997. Allora scrivevo in merito ai soggetti locali “sospesi nelle stilizzazioni sintetiche e metafisiche” delle ambientazioni, capaci di far sorridere chi vi riconosce memorie condivise, “ma in cui si può confidare di ritrovarvi valori essenziali e veri”. “Cei ricorda la parata carnevalesca dei carri a Arcidosso; il rudimentale spazzaneve che ridava moto nelle strade di Castel del Piano immerso nel biancore nivale, dove i suoni tragici della guerra non arrivavano; ricorda il palco per i concerti che veniva montato nella piazza sempre di Castel del Piano, ricorda la vecchietta che negli anni di guerra portava nel suo carretto mele cotte al forno al posto dei dolciumi degli anni precedenti”. Curioso e poetico il modo di pensare e di rendere le cose di Cei si applica nello stesso modo, con lo stesso stile, a questi ricordi di vita domestica in provincia come a metafore e allegorie più complesse e fondate sugli enigmi dell’esistenza e del progresso umano. La stessa sottile linfa vitale attraversa l’universo surreale dei suoi dipinti, e si manifesta in quella popolazione di figure esili che ci possono ricordare, con le dovute varianti epocali, le presenze similmente animate e laboriose di un precedente illustre come Magnasco.
Molti parlano di “Thought art”, qualcuno ha ricordato il linguaggio dei rebus, i quadri di Cei in effetti si costruiscono attorno ad un canovaccio concettuale, ad un’idea rappresentata secondo nessi figurativi in una dimensione surreale, sollecitano quindi un impegno mentale nell’osservatore, stimolano la ricerca di una verità da sciogliere proprio come in un enigma. E dell’enigma vaticinatore i suoi temi spesso hanno la consistenza, prendendo energia dalla mistione personalizzata di caratteri metafisici ed esistenzialisti che spesso chi ha scritto di lui ha messo in evidenza. Michele Iurino, ad esempio, rispetto a quanto Papini proponeva di dipingere a De Chirico e a Carrà, “qualcosa che trascenda la vita… che sia al di là della vita”, osserva il diverso paesaggio di Cei, non il mondo d’ermafrodito, assente e superiore, ma uno immerso “in un bagno esistenziale”: va poi inteso quale sia la vena esistenzialista del nostro autore.
Mai si abbandona agli oblii onirici e analitici dei surrealisti come Delvaux, Dalì, Tanguy, così ardui nella loro complessità dell’inconscio, ma c’è sempre un riconoscibile filo conduttore nel suo processo creativo che si innesca da motivi di sentita appartenenza all’umanità, di impegno esistenziale ed etico, e anche quando i suoi commenti poetici giungono a sfiorare il vuoto esistenzialista, come dichiarano già solo dal titolo sue opere importanti quali Il dio mancato e L’altro mito di Sisifo, pietre miliari del percorso artistico di Cei, egli sembra sempre preannunciare una parabola di salvazione, ora perché l’angoscia si stempera nei toni sereni dei suoi spazi soffici, ora per la sua gioviale capacità evocativa. Si finisce col pensare che quest’autore se non praticante sia un credente di una religione profonda, del sentimento, come esprime la “trasfigurazione lirica della sua esperienza”.
Fatta eccezione per I Prometeici (1965), che è il primo in ordine cronologico dei quadri donati a Castel del Piano, e nel quale si percepiscono influenze dirette dall’ambiente surrealista ancora vivo negli anni ’60, per i toni cromatici decisi, la composizione formale, e il soggetto mitico traslato in moderne simbologie, negli altri 5 dipinti per 5 diversi temi, scelti dal maestro ad illustrare i filoni tematici e l’evoluzione del suo stile, sono principali attori gli agili ominidi, abitatori del mondo di Cei. [riporterei il commento di Iurino ai Prometeici, accanto all’opera; si trova nel cat. di Castiglione della Pescaia opere 1957-1987].
Sono invocatori affinché si dia un limite alla crescita del cemento e delle sofisticazioni del progresso, che distruggono l’ecosistema del mondo, in un quadro premonitore e ancora attuale nel suo soggetto ecologico: Invocazione perché ritorni albero (1970). Le figurette gesticolanti hanno moti di disperazione dinanzi ad un panorama desolante, una metafora sempre più attinente alla situazione della terra: dove gli edifici crescono a dismisura (non sono antenne quei ferri ricurvi sulla cima della cortina asfittica di edifici funestamente violacei, erti contro un cielo minacciosamente sanguigno, ma bensì anime metalliche del cemento armato), e dove le piante sono soggette a trasformazioni genetiche e a mutazioni imprevedibili.
Prosegue nei Nuovi golem (1972) tale accorata protesta ad avvertimento contro la minaccia dell’autoannientamento per chi ama l’umanità e come Cei osserva e apprezza la risorsa naturale e paesaggistica ancora salvaguardata in Maremma dove egli vive. Quanto l’uomo ha generato con la propria intelligenza rischia di sopraffarlo, così i compassi giganteschi ingaggiano una angosciante avanzata in una paradigmatica gigantomachia.
Se a questo punto si è entrati nella poetica di Cei, protagonista propulsivo della sua arte sembrerà sempre più chiaramente quello stato di angoscia, più o meno consapevole, che commenta le contraddizioni dell’esistenza, che si alimenta dinanzi alle quotidiane constatazioni di domande che non ricevono risposta. Non poteva così mancare in una panoramica sul suo lavoro ad esemplificazione dei quadri dedicati a macchine fantastiche, degne di brevettatori d’ingegno, proprio la macchina delle macchine, direi, quella per misurare l’angoscia (1975). Forse una risposta alla pretesa di controllare e misurare la temperatura dell’inconscio? Forse un commento beffardo verso l’epoca che si era esageratamente ostinata a ricercare le ragioni incommensurabili della psiche e del suo umore, in un esercizio diventato quasi una moda?
La risposta dell’artista, la cura che prescrive sta nell’invocazione alle arti liberali, come nell’Altro mito di Sisifo. Amore, Arte, Ironia sembrano la ricetta che – a differenza evidente dalla mancata salvazione della dimensione esistenzialista – egli indica attraverso una composizione come sempre simbolica, affidata ad un amplesso lievitante, sgravitato da un letto a baldacchino in bilico sulla cima di un masso (Gli oblianti, 1972).
La difesa dell’esistenza si manifesta nel finale umoristico di questo breve ma condensato percorso nell’opera di Cei, che da un lato è demiurgo dell’angoscia, dall’altro pare irriducibile spirito agnostico. Finché…amore non vi separi (1975) prende spunto dal clima di tensione in merito a temi scottanti come il divorzio, l’aborto, che negli anni cruciali di queste rivendicazioni per alcuni erano diventati baluardi di libertà, mentre per altri minacciavano la struttura sociale italiana. Nel quadro una specie di sensale religioso cuce le anime alla macchina dell’amore: l’invenzione di Cei gioca con vivace capacità metaforica sul senso di disgregazione latente, quasi a risentire ancora del retaggio umoristico e graffiante del vignettista.
Così risucchiati sulla scia dei corpi cuciti nel cuore di questa cattedrale, quasi staineriana, viene fatto anche a noi di chiederci, come già ad altri: c’è religione nelle sue tele? C’è un messaggio di fede?
La risposta torna a fermarsi su uno spirito introspettivo, su motivi di coscienza su cui tutti possono riconoscersi dei quali Cei è “un rispettoso provocatore”.
Questa sua buona creanza durante la nostra conversazione dedicata ai quadri e alle memorie amiatine, gli ha imposto di ricordare affettuosamente un personaggio che non ho conosciuto ma che idealmente è presente in questo gesto di offerta alla cittadinanza di Castel del Piano, l’ingegner Gino Pieri, che ha incoraggiato Cei ed è stato il principale fautore e tramite con l’amministrazione comunale. Non può essere dedicato che a lui questo omaggio dell’arte al paese di Castel del Piano.

Anna Mazzanti

 

Macchina per misurare
l'angosca - Olio su tela

Oblianti
Olio su tela

I nuovi golem
Olio su tela

Finché...amore
non vi separi
Olio su tela

Invocazione perché
ritorni albero
Olio su tela

Vecchio cinema
all'aperto
Olio su tela

Partire in un
giorno di festa
Olio su tela

Prometeici
Olio su tela


Brevi cenni critici

(Nazario Boschini)
La fama di Edo Cei, pittore grossetano dotato di capacità tecniche eccezionali e di contenuti profondi, è tale da non richiedere più illustrazioni. Ogni sua mostra è destinata a suscitare dibattito: non passa senza lasciare segno. Fuori discussione la finezza del disegno e l’uso magistrale del colore, il discorso si rivolge ai temi di fondo: il senso della vita, la sua perenne delusione in una esistenza che egli non ha chiesto.
L’uomo si affatica e soffre come un titano: affronta astuzie e fatiche da Sisifo: cerca un progresso da strappare alla divinità e patire come un Prometeo. Poi compie la scoperta che fu già di Qoelet, figlio di Salomone: invano l’uomo si affatica sotto il sole; i monti non si spostano e il mare non cresce. Poichè l’uomo non può scegliere - scrisse Salacrou - di essere o un Dio o un sasso, non può che raccogliersi nel pessimismo. Il dolore è un inutile martirio; la storia non ha senso. Si procede verso il nulla?
Il pensiero dovrà cercare altri sostegni; il progresso non sarà solamente tecnologia; la vita non potrà essere chiusa tra le parentesi del dolore e della fatica. Edo Cei sembra fare una rivelazione divina: cercare altre strade guardando verso l’alto. Si va alla ricerca della forza dell’amore.

(Silvia Bottinelli)

Complesse simbologie si nascondono dietro alle immagini di Edo Cei. Niente è per caso sulle sue tele. come in un rebus, ogni elemento è un indizio per ricostruire il significato generale. La sua filosofia prende spunto da quella esistenzialista, ma ne cambia il finale: non il Nulla, ma Qualcosa - impalpabile, indefinibile - è ciò a cui tendiamo. Siamo materia, ma aneliamo ad un non so che di altro e di alto, che rimarrà in eterno. É la Pentalogia, composta da cinque tele frutto della riflessione di molti anni (1987-2000), a darci il quadro complessivo del pensiero dell’artista.
C’è chi ha definito la pittura di Edo Cei “Thought Art”: Arte del Pensiero, facendo riferimento alla ricca articolazione di contenuti trasmessi dal suo lavoro. Ma l’arte di questo pittore non è una macchinosa allegoria; non è un modo per comunicare attraverso la pittura passaggi logici e razionali, come la definizione “Thought Art” può far credere. Anche chi non afferra i significati simbolici dei suoi dipinti, non potrà non essere affascinato dalle loro atmosfere sospese. L’artista non si limita a rappresentare prosaicamente, ma riesce ad evocare. Non spiega, ma suggerisce. Crea mondi dall’aspetto irreale, ma emotivamente veri perchè è lì che mette a nudo i nostri più nascosti desideri e le più intime debolezze. E lo fa grazie alle tonalità rosate nelle quali immerge le sue figure allungate, al suo modo di stendere il colore, piatto e levigato, tanto da dare un effetto di limpidezza.
Ci sono alcune opere, nel repertorio di Edo Cei, che colgono piccoli aspetti del reale e li riportano sulla tela con un tocco di poesia o uno spruzzo di ironia. Nella Notte di San Lorenzo (1998) un pescatore apre le sue reti per raccogliere le stelle cadenti; in Prolungare il tramonto N° 2 (2000) un uomo cerca di cucire il sole e le nuvole sul cielo, immaginato come un drappo infinito, per fissare nel tempo la luce di un raro momento di bellezza. Sono tele di medie dimensioni, in cui i pochi elementi campeggiano in primo piano, catturando l’attenzione dello spettatore. Gli sfondi sono chiari, aperti, vuoti di distrazioni. con questi piccoli divertissement Edo Cei mette in pratica la sua filosofia, creando con l’arte angoli di lirismo. E magari strappandoci un sorriso.

(Annarosa Del Corona)

Ascoltiamo Edo Cei raccontare, in un vagare sognante, le sue naviganti storie. Cantore dei cieli, imbastisce e tesse le immagini degli accadimenti quotidiani. Dal suo veicolo spaziale, Cei percepisce, capta e manifesta arditamente le necessità dell’uomo. Artefice del congegno, attraverso una pensosa ricerca poetica e riparando nei suoi costrutti onirici, cerca l’arricchimento nella materia. Equilibrio, forza e magia nell’inventiva dell’immaginazione. I soggetti, quali essi siano, in verticale sempre, ci fanno sospettare un riguardo clamoroso per il cielo che incombe sull’umano destino. Sisifo, archetipo, si riveste di una moltitudine di sembianze, vivo, vittorioso.
L’ascesa liberatoria della terra in cui viviamo, in chiave surreale, si va scoprendo in allucinazioni buone, costruttive, tese al bene. In un’atmosfera di rarefazione Cei pone le sue figure longilinee, amate, invocate dal richiamo di una malìa accertata. Gli elementi naturali come la pioggia, il vento, sono presenti. Il mulinello delle foglie, il passaggio delle stagioni, sono visti con occhio accorto, come coronamento di una pittura mai statica, ma vissuta, vibrante di sensibilità.
Cerca la sua nave che salpi? Cei cerca la dimenticanza, la bella dimenticanza, in un placido sussurro di nuvole passeggere al mattino che salutano la nascita, l’oriente.

(Michele Fuoco)

É di matrice surreale l’opera di Edo Cei...Ma l’onirico viene affrontato come nuovo campo di indagine soltanto perchè esso offre nuove possibilità linguistiche, inesplorati codici espressivi, lo svelamento di una dimensione oltre la coscienza. Il pittore di Grosseto sa rendere, anche nella coerenza di uno stile descrittivo, intelligibile la sua figurazione che, pur privilegiando l’immaginario, non si distacca da fatti e da situazioni quotidiane...
Un ciclo di opere (dipinti e disegni) dedicato al “Mito di Sisifo”, mito che ha affascinato soprattutto alcuni scrittori esistenzialisti, offre all’artista l’opportunità di riflettere sulle condizioni dell’uomo, sul suo orgoglio, sulle sue passioni...
É una rivolta che esalta l’orgoglio dell’uomo.

(Michele Iurino)

Per sintetizzare i prevalenti interessi umani e artistici di Cei ritengo necessario riesaminare quelle opere che segnano il Leitmotiv delle tappe fondamentali della sua carriera, a cominciare dall’ultima: “Ritorno al Sempre” (1999). Si è infranto lo specchio che conteneva, riflesse, tutte le verità dell’homo sapiens, il quale, però, nella buia caverna del mistero non ritrova più se stesso, nè le sue certezze. “Ormai solo un Dio può salvarci” scriveva Heidegger. L’uomo nel pensare e nel poetare, ha una sola possibilità: l’apparizione del Dio o l’assenza del Dio, ma “al cospetto del Dio assente, noi tramontiamo”.
Ancora una volta la sensibilità artistica del Cei ha captato la motivazione conclusiva del rappresentante forse più significativo dell’esistenzialismo: Dio personifica i tre valori fondamentali (l’amore, la poesia, l’eroismo), la cui perdita conduce alla morte di Dio, o almeno alla sua assenza, e, quindi, inevitabilmente, al tramonto dell’uomo. Ho evidenziato in altre occasioni che i temi dell’infinito, della solitudine, del silenzio, del tempo, del mistero esistenziale, della sospensione ontologica e dell’attesa angosciosa sono dominanti nella feconda produzione del Cei. La concretezza esistenziale caratterizza la sua arte, per cui questa non può essere definita astratta o surreale.
Ricordiamo le sue opere più significative: “Una giornata qualunque” (1987): una genesi dell’uomo, dei suoi pensieri e dei suoi progetti, nel trittico, dall’alba al meriggio, all’inesorabile tramonto: un’esistenzialità soffusa di tanta mestizia.
L’uomo conosce (razionalità), agisce (attività), non necessariamente crede, oppure crede solo nelle sue possibilità. Consapevole del suo Dasein e, quindi, dei suoi limiti, non desiste dal tentativo di superarli all’infinito esponendosi, però a uno scacco, che farà di lui un “dio mancato” (1991), che è uno dei motivi centrali dell’altima arte di Cei.
L’uomo scopre le tecnica, che puntella i suoi sforzi immani, ma non colma il suo vuoto esistenziale. Allo scacco della ragione si sottrae solo il poeta e, quindi, l’arte: “L’altro mito di Sisifo”! (1994). Solo la fantasia creatrice può salvare l’uomo e il mondo e superare l’assurdo. Questo sforzo, che segna una inevitabile frustrazione dell’uomo e delle sue ambizioni nella “Salida” (1997). Il cammino esistenziale dell’uomo, dopo lo scacco, doveva approdare alla conclusione dell’ultima opera: “Ritorno al Sempre” (1999): l’uomo può rientrare nel possesso del suo autentico se-stesso solo ricercando il senso dell’essere: “Che cosa è l’essere? Perchè esiste qualcosa invece del nulla? Chi sono io? Che cosa veramente voglio? (Jaspers). L’uomo ritorna alle domande di sempre.

(Marina Marchi)

Dipinti e disegni dai contenuti profondi, che denotano capacità tecniche eccezionali... I temi di fondo toccano il senso della vita, lo scopo dell’uomo, la sua delusione. una via d’uscita di fronte a questo pessimismo è fornita solo dal pensiero, dalla ricerca della forza dell’amore, dall’arte.
Questo è il nuovo messaggio che Cei lancia all’uomo perchè recuperi la propria interiorità e la propria autenticità dell’esistere...

(Anna Mazzanti)

I suoi cieli battuti dal vento che muove vele leggere - omaggio al mare che ama, alle sensazioni di libertà e appagamento che certo le sue escursioni in barca a vela continuano ad alimentare nella sua ispirazione - aprono un respiro di speranza.
Dunque la fantasia di Cei non è onirica come quella surrealista, è poetica, e in questo credo di scorgere la sua positività, la sua speranza. Molti sottolineano invece il pessimismo dell’artista, in alcuni quadri come “Il dio mancato” appunto, meditazione sul vuoto e sulla debolezza della nostra esistenza, sull’inutile affaticarsi umano nel dimostrare il contrario. La lettura giovanile, appassionata, vissuta, dagli eroi dell’esistenzialismo: Sartre, Camus, Kafka, hanno costituito la prima indicazione nella meditazione esistenziale alla quale poi Cei non è venuto più meno, è divenuta parte integrante della sua moralità, del suo pensiero, ma la vena poetica che contraddistingue quest’artista smorza i toni più drammatici di quei significati esistenziali.
Questa forma di speranza di convivenza offre nel complesso un messaggio positivo...

(Elio Mercuri)

Edo Cei appartiene a quella solitaria pattuglia che esprime un’autentica pittura come testimonianza e rivelazione dell’assurdo e del vuoto sul quale resta sospesa la nostra esistenza...
Ciò che alla ricerca di Edo Cei dà la connotazione più aderente è questa tensione umana che spazza via ogni possibile mistificazione, questa intenzionalità realizzata di analisi, di scoprire... il senso, nell’irriducibile certezza che pure un senso deve esserci, se siamo vivi, se le cose ci circondano, se tutto è così...
Edo non si allontana dallo spazio del proprio mondo quotidiano, dagli oggetti, dalle pareti della propria stanza, dai gesti consueti, dai fatti che accadono nella cronaca della vita; sa che ogni verità è legata indissolubilmente al filo di questa realtà, e proprio in questa volontà di aderenza e ricerca della verità, compie la sua scelta; mai di letteratura e di ideologia, ma sempre di esistenza e di etica.
É un modo nuovo di riconoscere all’immaginazione e alla pittura una funzione e un senso e non già di confondersi nell’inautentica impresa di un estraneo e astratto impegno.

(Tommaso Paloscia)

“Gli spazi infiniti di Edo Cei” - É proprio necessario - mi chiedo - attribuire alla pittura di Edo Cei un “ismo” che, riducendola in termini di formula, come molti fanno per comodità dialettica (e forse come anch’io avrò fatto molto tempo fa), in effetti rischia di dissolvere all’occhio dell’osservatore la singolare poesia di cui essa si alimenta? O di falsarne i ritmi sui quali la pennellata si abbandona o di opacizzare la creatività di Cei che vive di spazi infiniti ma anche di tutte le ambiguità che sono le grandi conquiste e non i limiti dell’arte?
Cei, grossetano di Livorno, la pittura ce l’ha nell’anima e se la portava dentro anche quando ne dissimulava la presenza assolvendo con scrupolo il lavoro di bancario. Ma è noto che i livornesi nascono pittori e prima o poi devono obbedire all’istinto dovunque essi si trovino e poi magari educarlo in modo adeguato...Bè, non intendo qui narrare la biografia di questo simpatico pittore che navigando con la sua “barca” a vela al largo delle coste maremmane ha preso dimestichezza nel discorrere col vento e con le nuvole (ha persino sognato di affettarle con una macchina speciale offertagli dalla sua vasta fantasia)...
Dico solo che il concetto di pittura è maturato in lui con l’accumularsi della preparazione culturale oggi molto vasta. Sono questi i suoi più fidi compagni di viaggio quando egli spazia nell’infinito ad incontravi immagini oniriche o simboli capaci di farsi punti di riferimento di quella sua cultura. Le “macchine inutili” di Munari, le interpretazioni fantastiche di Dalì sono soltanto alibi ostentati dalla sua umiltà di grande inventore di forme e di atmosfere colorate. Spesso incantevoli.

(Paolo Pisani)

“Edo Cei tra divino e diabolico” - Il suo non è un artificiale messaggio, nè una formale ‘ortografia’ pittorica, nè tanto meno una studiata progettazione. Il far arte di Edo Cei, è qualcosa di interiormente spontaneo: un’appendice esistenziale del suo intenso vivere, scandito non solo dai ritmi del suo cuore e del suo respiro, ma anche dal sapiente uso di pennelli e colori. Allegorie e similitudini, trovano in questo sensibile faber il loro magistrale rappresentatore che sa risvegliare in noi sopite sensazioni, letargie sentimentali, imbalzamate pulsioni.
C’è in lui divina e diabolica essenza, una capacità di trasmettere al pubblico forti sollecitazioni che con gli strumenti della conoscenza, possono portare a varcare le soglie del banale e della superficialità, oggi giorno, sempre più importanti e diffuse. Quadri di proposta, tele di saggezza, cromatismi dell’anima che come un Arcangelo annuncia al vasto ‘popolo’ dei suoi estimatori. Un terzo occhio o forse una coscienza in più, che ci aiutano ad illuminare questo nuovo medio evo della contemporaneità.

(Franco Pone)

...L’interessante rassegna permette di conoscere un artista visionario che predilige il grande formato per molte sue opere, non solo meglio corrispondente alle sue attitudini per la scenografia oltre che per la pittura in senso proprio, ma anche perchè più idoneo a rispecchiare un’immaginazione esuberante, che si apre spesso a grandiosi scenari, a spazi immensi attraversati - si direbbe - da venti cosmici e pervasi da dolcissime luminosità extraterrene.
É un surrealismo che si alimenta dei miti della classicità ellenica, ma anche di immagini ed allegorie nate da un’inventiva personale fertile ed estrosa, attenta a captare certe voci astrali e bizzarre, talvolta ambigue ed inquietanti, quali vengono di solito sussurrate all’orecchio interiore degli artisti sensibili al fascino degli enigmi che da ogni parte ci assediano e ci sovrastano.

(Clorinda Ruzzi)

Le macchine poetanti di Edo Cei
Fra la macchina inutile di Du Champ e quella che riduce in catene il suo folle creatore per un’era di mostri, le macchine magiche di Edo Cei suggeriscono una terza via, con l’ironia distillata dai mille alambicchi, per i mille autoinganni della ragione impura.
Il tutto incantevolmente si muove fra gli orologi attoniti, colti quasi di sopresa non tanto dalla stralunata fatica di esistere e per nostalgico omaggio a De Chirico, quanto da un dirompente slancio vitale di tempra bergsoniana, sospeso come un paradosso fra le due lancette dell’orologio che tutto in polvere riduce: sogni, vanità, passione, utopia (Narciso 2000).
Eppure tutto riporta all’apice di nuove giovinezze (Relatività) per altre generazioni, se dall’oggetto utilitaristico sia ancora possibile distogliersi, per accedere a sintonie esoteriche (Macchine per favorire le coincidenze), o per aggiustare uno spicchio di luna sulla dismisura della fantasia.
Forse la “Chute”, o il segreto di un Principio che a volte pare giustificare il silenzio di Dio (Pentalogia) danno forza al nihilismo su cui indubbiamente, e a lungo, riflette il pittore dell’arte-pensiero, come oggi viene definito il percorso creativo di Edo Cei; ma di fronte a quel turibolo che incensa il cielo di Quando le nuvole sono a pecorelle n° 2 - per curiosarci un po’ intorno - è difficile non cogliere dal magma dell’ironia l’aspirazione di un’intimità con quel Verbo che è poi il cuore del Cuore; per cui la matrice sartriana di una esplorazione anche filosofica, dalla quale il Nostro è partito, evolve verso una nuova spiritualità esistenziale, dove non risiedono conforti facili; o che non siano comunque da ricercare in interiore homine, nelle mille regate notturne in ansia per la luce, nell’ulisseide di Cei, insomma, fino alla levità rarefatta, quasi insostenibile della pesca di stelle nella Notte di San Lorenzo. L’assoluta tenerezza del mistero pare abitarla, sospesa a quei tramagli. E abbaglia.
Allora, se la corda pazza dell’ironia diventa il grimaldello della metafisica, lo strumento agile e levigato, come il grido dei violini nel Moto armonico della vita-morte, se questo è, per l’homo faber della civitas globale, quando anche la tecnologia obbedisca all’ordine dell’humanitas, la poesia interviene. Salvifica. E si fa viatico del mistero. Reintrodotta la metafisica, oltrepassato il surrealismo di Breton, conduce all’Arcano; e gioca, la poesia, col tempo smemorato di Prolungare il tramonto; sosta leggiadra nei colori d’alba, nel paesaggio dell’anima tesa all’ascolto, aperta al viaggio, mentre tutta la creatività può ancora compiersi, a debita distanza dalla banalità (S’il vous plâit... en voiture); quando tutto può ancora accadere si aggira là dove l’homo sapiens ama avanzare, nello stupore di esistere, con il candore di un fanciullino e la forza sacrale della speranza; una speranza, questa, umile, impervia, e indomabile; contesa, per scommessa, fino all’ultima radice della disperazione, come l’adunca carezza di foglie morte sul seno sempre verde della vita, troppo spesso matrigna (Giochi nel vento: la carezza).
E non resta che il plauso ammirato al pittore-poeta dell’arte - pensiero.

(Piero Torriti)

... E l’incanto pittorico appare più libero in questo mondo di favola che pur appartenendo al surreale mai si abbandona alla crudezza del segno e del colore. É uno sciogliersi continuo della linea che si snoda come in lunghi arpeggi. É insomma, e ripeto, la poesis che domina, con un linguaggio che sa di mistero, talvolta di attese angosciose: vie deserte, spazi infiniti ove sembrano vagare forme sfuggenti, per un attimo cristallizzate, poi nuovamente e subito spinte nel silenzio di una irreale atmosfera... É chiaro come la pittura di Edo Cei sia dominata da immagini fantastiche, da un mondo ove l’irrealtà, quasi l’ossessività creativa di forme, impongono talvolta una maschera.
Ma è attraverso questi vaghissimi mostri, queste maschere più o meno viventi, che vagano in uno spazio controllato solo dalle leggi del subconscio, che il significato dell’opera di Cei si schiude anche verso un mitico mondo, primitivo, ora pieno di incubi o di angosce, ora assai più sereno, ma sempre altamente ironico, bizzarro e misterioso; un mondo, come ben dice Alfonso Gatto, in cui possiamo sentirci improvvisamente bambini come davanti ad un balocco che non avevamo mai visto e che ha riacceso vecchie emozioni che il tempo aveva assopito.
Questa per me è l’immagine che scaturisce dai dipinti di Edo Cei, e se fantasia è emozione lirica, cioè poesia, poesia è - anche secondo il filosofo - arte: un circolo perfettamente concluso.

(Ferruccio Veronesi)

La chiave di lettura di questi dipinti (realizzati con rara perizia tecnica) non è quella surrealista, nell’accezione bretoniana applicata, per esempio, a Dalì. Il mondo interiore di Cei viene comunicato nelle sue tele per simboli i quali non sono finiti a se stessi come in un certo manierismo surrealista, ma sono immagini concettuali - analogiche che hanno radici in problemi reali, esistenziali... Edo Cei, artista grossetano di profonda sensibilità... gran disegnatore, fine colorista... la cui ispirazione, oltre che dal mito classico, gli è venuta dallo scrittore francese Albert Camus (rif. a “L’altro mito di Sisifo” n.d.r.), ci mostra i simboli di una ineluttabilità del destino che l’uomo tenta inutilmente di cambiare.

 

Edo Cei, nato a Livorno, diplomato all’Istituto “A.Rosmini” di Grosseto, espone dal 1957 in Italia e all’estero ed ha firmato alcune scenografie teatrali. Vive e lavora a Grosseto, in via Marche, 67 - tel. e fax: 0564-454651 e, nei mesi estivi, a Castiglione della Pescaia, nell’atelier “Sughera Alta” a Poggiodoro in via dei Butteri, 1 - tel. 0564-939503.


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“Arti e lettere” - Maggio 1971 “Cronache Italiane” - Aprile 1972
“Arti e Lettere” - Maggio 1973
“Radio America” intervista per gli italo-
“Rai 3” - Notiziario regionale Toscano: varie americani - Aprile 1975

TRASMISSIONI IN RADIO e TELEVISIONI PRIVATE:
varie in vari anni
DOCUMENTARI TELEVISIVI
Nel 1983 è stato girato da TGR il documentario televisivo “Edo Cei, una sosta sul segno” per la regia di Augusto Denanni e Mario Fredianelli, con liriche di Clorinda Ruzzi.
Nel 1987 viane prodotto il documentario televisivo “Dall’immagine alla realtà - note sull’arte di Edo Cei -” per la regia di Mario Fredianelli, con testo di Michele Iurino.
Esce nel 1990 il terzo documentario televisivo “Relitti vaganti di idee”, regia di Mauro Cappuccini, testo di Elio Mercuri, liriche di R.T.C.

PREMI E RICONOSCIMENTI
• 1° Premio Nazionale Punta Ala - 1970
• Premio Speciale Soc. Cauzioni Nazionale - Parma 1971
• Medaglia d’Argento Premio Internazionale “Pavone d’Oro”
Milano 1973
• Segnalazione Speciale Giuria Premio Internazionale Lario Cadorago - Como 1973
• Diploma d’Onore “Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea d’America” - Culture Art Center of Waterbury (Connecticut - U.S.A.) Waterbury 1974
• Segnalazione Speciale Giuria Premio Internazionale “Pavone d’Oro” Milano 1974
• Medaglia d’Argento IX Biennale Nazionale “Arte e Sport” - Firenze 1977
• Premio Monterosa per la pittura
Grosseto 1979
• 3° assoluto Premio Internazionale “Pavone d’Oro” - Milano 1979
• Trofeo “Master 1982” - Castello Estense - Ferrara 1982
• Medaglia d’Oro al Merito Artistico “Artexpo New York” - New York 1982
• Premio Europa 1983 “Leone d’Oro” - Sala dell’Imbarcadero - Ferrara 1983
• Premio della Cultura 1984 Salsomaggiore 1984
• Targa “San Giorgio” Internazionale Palazzo Barberini - Roma 1984
• Premio Italia 1985 - Targa d’Oro Calvatone 1985
• “Premio Vita” 1° con Menzione d’Onore - Circolo Culturale Internazionale d’Arte - Milano 1985
• Targa d’Oro “Euro Art Expo 1989” Roma 1989
• “Targa Europa” alla carriera artistica Centro Internazionale “Arte Sever” Milano 1993
• Premio Speciale Giuria “Biennale d’Arte” - Accademia Severiade
Milano 1999
• Premio “Natalvita” 2002 per la pittura” - Centro Internazionale d’Arte-, con esposizione dal 22 dicembre - Milano 2002
• É stato membro della Commissione Consultiva della Sala d’Arte Comunale “P. Pascucci” di Grosseto dal 1986 al 1988.
• É Accademico d’Italia con Medaglia d’Oro (sez. “Arti” n° 764/A/78)
• É socio onorario dell’Associazione Grossetana Arti Figurative (AGAF).

HANNO SCRITTO
Fiorello F. Ardizzon, Francesco Bardelli, Fenenna Bartolommei, Renzo Biasion, Alberto Bonelli,
Fiora Bonelli, Lino Pasquale Bonelli, Nazario Boschini, Beppe Bottai, Claudio Bottinelli, Giacomo Bottinelli, Silvia Bottinelli, Dino Buzzati, Giuseppe Celata, Arnaldo Cherubini, Lia Ciatto, Giovanni Corbini, Romolo de Martino, Annarosa del Corona, Michael Devitt, Michele Fuoco, Aldo Gerbino, Franco Grasso, Tiziana Groff, Marie Jo, Michele Iurino, Gilberto Madioni, Marina Marchi, Rossano Marzocchi, Anna Mazzanti,
Elio Mercuri, Rosario Milazzo, Armando Nocentini, Tommaso Paloscia, Paolo Pisani, Luigi Pittaluga, Franco Pone, Pier Luigi Rossi, Clorinda Ruzzi, Etienne Salaberry, M.T. Scibona, Giuseppina Scotti,
Piero Torriti, Valerio Utri,
Renzo Vatti, Ferruccio Veronesi.

CURRICULUM
1957-67
Varie mostre personali e collettive nell’ambito provinciale
1968
n Spoleto - Festival dei due mondi Internazionale
n Manciano - Premio Aldi e Pascucci Nazionale
n Grosseto - Premio Etruria - Collettiva
n Grosseto - Galleria “Il Grifo” Personale
1969
n Roma - Marguttiana - Collettiva
n Roma - La Babbuina - Collettiva
n Punta Ala - Galleria “Golf Hotel” Personale
n Grosseto - Galleria d’Arte Moderna Collettiva
n Arcidosso - Istituto “G. D. Peri” Personale
1970
n Livorno - Galleria “La Pantera”
Collettiva
n Firenze - Palazzo dei Congressi -
6° Biennale “Arte e Sport” - Nazionale
n Castiglione della Pescaia - Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo - Personale
n Punta Ala - Galleria “Il Porto” - Premio Punta Ala 1970 - 1° premio medaglia d’oro - Nazionale
1971
n Grosseto - Galleria “Centro delle Arti” Personale
n Punta Ala - Galleria “Golf Hotel” Premio Coppa Soc. Cauzioni Parma
Nazionale
n Grosseto - Sala “Eden” - Nazionale
Firenze - Galleria “S. Croce”
“Invito al collezionismo” - Collettiva
1972
n Grosseto - Galleria Camera di Commercio - Collettiva
n Firenze - Palazzo dei Congressi
7° Biennale “Arte e Sport” - Nazionale
n Castiglione della Pescaia - Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo Personale
n Marina di Grosseto - “Circolo Artisti” Collettiva
1973
n Siena - Galleria “Nuovo Aminta” Personale
n Milano - Galleria “Il Pavone”
Premio Internazionale “Il Pavone d’Oro 1973” - premiato
n Punta Ala - Galleria “Golf Hotel” Personale
n Siena - Circolo Pari - Mostra dibattito “Uomo Natura e Società” Personale
n Como - Premio Internazionale
“Lario Cadorago” - Segnalazione Speciale Giuria
1974
n Waterbury (Connecticut, U.S.A.) Culture Art Center -” Biennale Internazionale d’Arte Contemporanea d’America”
n Milano - Galleria “Il Pavone”
Premio Internazionale “Il Pavone d’Oro 1974”
Segnalazione Speciale Giuria
n Biarritz - Galerie “Vallombreuse” Personale

n Arcidosso - Park Hotel “Faggio Rosso” - Anteprima Personale
n Grosseto - Galleria Camera
di Commercio - Personale
1975
n Grosseto e provincia - “Immagine Critica” - mostra itinerante - Collettiva
n Milano - Galleria “Il Pavone”
Premio Internazionale “Il Pavone d’Oro 1975”
n Punta Ala - Galleria “Golf Hotel” Personale
1976
n Firenze - Galleria “Il Mirteto” Personale
n Arcidosso - “Pittori Italiani nelle collezioni private” - Nazionale
n Palermo - Galleria “Circolo della Stampa” - Teatro Massimo - Personale
1977
n Palermo - Centro Arte “Bussola” Personale
n Firenze - Palazzo dell’Artigianato
9° Biennale “Arte e Sport” - Nazionale
Premiato con Medaglia d’Argento
n Punta Ala - Galleria del Piccolo Hotel Alleluja - Personale
n Castel del Piano - “20 anni di
pittura di Edo Cei” con il patrocinio del Comune - Personale
n Poggibonsi - Basilica di S.Lucchese “Rassegna Nazionale d’Arte Contemporanea”
1978
n Poggibonsi - Palazzo Pretorio “Poggibonsi Arte” - Nazionale
n Grosseto - Galleria Camera di Commercio - Anteprima personale
n Palermo - Galleria Circolo della Stampa - Teatro Massimo - Personale
1979
n Grosseto - Galleria Camera di Commercio - Anteprima personale
Firenze - Galleria d’Arte Moderna
“Il Mirteto” - Personale
n Milano - Galleria “Il Pavone”
Premio Internazionale
“Il Pavone d’Oro 1979”
3° premio assoluto
n Punta Ala - Galleria Golf Hotel - Personale
n Poggibonsi - Basilica di S. Lucchese “Rassegna Nazionale d’Arte
Contemporanea” pro - Unicef
1980
n Arcidosso - Mostra-incontro Lions Club Amiata “”L’Artista fra due fuochi: il mercante o il partito”
n Arcidosso - Sala del Consiglio Comunale - Personale
1981
n Grosseto, Marina di Grosseto,
n Piombino, Arezzo, Siena, Livorno “Museo Mobile: nuovi versanti della pittura in Toscana”
Collettiva itinerante
n Castiglione della Pescaia Galleria “Medusa” - Personale
n Poggibonsi - Palazzo Pretorio “Poggibonsi Arte” - Nazionale
1982
n New York - Coliseum “4° Artexpo N.Y.” International Art Exposition,stand 2/208
n Montecatini Terme - Accademia
“D. Scalabrino” - “Uomini con
sentimenti di pace” - Nazionale
n Basilea - Schweizer Mustermesse
“Art 13 ‘82” - Die Internationale Kunstmesse
n Grosseto - Galleria Camera
di Commercio - Personale
n Siena - Accademia dei Rozzi
“Premio Nazionale di Pittura”
1983
n Bologna - “Arte Fiera” - Stand 95 Internazionale
n Roma - Monte dei Paschi di Siena “Maremma, satellite naturale”
100 litografie tirate a braccia su antico torchio a stella “Bollito”
n Grosseto e provincia “Edo Cei, una sosta sul segno” documentario televisivo, incontri e dibattiti vari
1984
n New York - Coluseum
“6° Artexpo N.Y.” International Art Fair, stand 2/309
n Roma - Palazzo Barberini, Sala Pietro da Cortona “Iconografia di
S. Giorgio nel tempo e nell’attualità” quindi la mostra si sposta a Spoleto, Basilica di S. Eufemia; a Ferrara, Sala dei Giochi del Castello Estense; a Venezia, S. Giorgio Maggiore in Isola
n Basilea - “Art 15 ‘84” Die Internationale Kunstmesse,
stand 17/385
n Castiglione della Pescaia
Hotel L’Approdo Sala dei Congressi - Personale
n Parigi - Salon des Narions, Centre International d’Art Contemporain de Paris Selection Italienne
1985
Il programma espositivo viene interrotto perchè Cei dipinge, per sei mesi, la grande “Annunciazione” (olio su tela cm. 170 x 150)
n Arcidosso - Sala del Consiglio “L’Arte ed il sacro oggi” - mostra
incontro con l’intervento di Michele Iurino
1986
n Bari - Fiera del Levante
“11° Expo Arte” Pad. 10, stand 186
Fiera Int.le d’Arte Contemporanea
n Grosseto - Galleria Camera di Commercio - Personale
n Firenze - Palazzo Strozzi, Nuova Strozzina “XI Mostra Nazionale Arte e Sport”
n Parigi - Galerie Hautefeuille: Opere di Grafica - Collettiva

1987
n New York - Jacob Javits Convention Center “9° Artexpo N.Y.” - stand 2/101
n Grosseto - Opera “G.Friuli” chiostro di S. Francesco - 1° rassegna di Pittura e Scultura - Collettiva
n Castiglione della Pescaia - “Edo Cei Opere scelte 1957-1987” con
patrocinio dell’Assessorato alla Cultura Antologica personale
n Modena - Saletta Fini - Personale
1988
n Massa Marittima - Palazzo Vescovile “Arte Sacra” - Collettiva
n Spoleto - Festival dei due Mondi “Festival Internazionale del Sacro”
n Bari - Fiera del Levante “13° Expo Arte” - Internazionale
1989
n Roma - Ente Fiera
“Euro Art Expo ‘89” - pad. 1 stand 27 Internazionale
n Grosseto - Cassero della Fortezza Medicea, con patrocinio del comune Personale
1990
n New York - Jacob Javits Convention Center “12° Artexpo N.Y.” - stand 3432
1991
n Arcidosso - Castello Aldobrandesco
“Il dio mancato” con il patrocinio del
Comune e della Regione Toscana Antologica personale
1992
n Tokyo - Haurumi Int. Trade Center “Tias” Tokyo International Art Show stand 90
1993
n Milano - Centro Interazionale Arte. Cei vince la ”Targa Europa”
Collettiva Il programma espositivo viene interrotto perchè Cei modifica parte de “Il dio mancato”.
Inoltre a Milano sperimenta alcuni “Paesaggi della mente” con la realtà virtuale, ma si rende conto che la simbiosi tra arte e scienza è prematura.
1994
Cei dipinge la grande tela
“L’altro mito di Sisifo”
n Grosseto - Cassero della Fortezza Medicea con patrocinio del comune
“L’altro mito di Sisifo” Personale
1995
n Grosseto - Rotaract Club
“Guardare e vedere” Conversazione con proiezioni
n Verona - Fiera di Verona -“Euro Art Expo ‘95” - Stand 46 - Internazionale
n Milano - Centro Culturale Int. le d’Arte
Attribuito a Cei il “Premio Vita”
1996
n Modena - Sala del Paradisino, con patrocinio della Provincia - Personale
n Grosseto - Chiesa della Misericordia “Arte Sacra Contamporanea” Collettiva
n Firenze - Lega Navale Italiana
“La Thought Art”- Conferenza
con proiezioni
1997
n Arcidosso - Castello Aldobrandesco “Nuovi e antichi percorsi: 1957-1997” 40 anni di pittura di Edo Cei, con patrocinio del comune - Antologica personale
1998
n Roma - Accademia Int.le S. Agostino “Missione e missionari per il
3° millennio”
n Chicago - Northwestern University Institut for Neuroscience: poster sul tema “Il cervello umano studia
se stesso”
n Bologna - Regione Emilia Romagna: copertina per “L’Islam nella scuola”

1999
n Milano - Accademia Severiade “Biennale d’Arte” - Collettiva
n Modena - Presidenza A.C.L.I.
copertina per “I bambini dell’Islam”
2000
n Bologna - Galleria Centro Arte,
nell’ambito di Arte Fiera
“Artisti del 3° millennio”
2001
n New York - Jacob Javits Convention Center “23°Artexpo N.Y.” Stand 1235-45
n Grosseto - Cassero della Fortezza Madicea “Thought Art” - con patrocinio del comune - Personale
2002
n Parigi - Galerie “The Colours” “Artisti Italiani nel mondo”
n Milano - Centro Int. le Arte Sever Conferita a Cei la Targa “Natalvita” per la pittura, con in premio
l’esposizione
2003
n Helsinki - Centro Arte Tahtitorni, Centro Arte Vanha e Kaupunginmuseo “Artisti Italiani nel mondo”,
con la collaborazione dell’Organisation Europe
n Castiglione della Pescaia l’Associazione “Il Mosaico” promuove “Thought Art” - Conferenza con proiezioni
2004
n Grosseto - Sala G. Vannuccini
“La bellezza e il senso religioso” Collettiva
n Castel del Piano - Palazzo Nerucci
“Opere giovanili di Edo Cei 1952 - 1978”
Esposizione permanente - Nonchè “Pentalogia” e opere inedite del ciclo “Le Partenze” - Personale

2004      Sharjah - United Arab Emirates - Sharjah Art Museum: esposizione permanente

              di “Portrait of  tele-dependens”.

              Grosseto - Galleria Associazione Grossetana  Arti Figurative - Sez: Soci Onorari:

              Natale Insieme” - Collettiva.

2005      Milano - Centro Culturale Int.le d’Arte - 1° premio ex aequo Grandi interpreti

             dell’arte Contemporanea  consistente in una esposizione di 7 giorni - dal 19

             febbraio.

Cei interrompe il programma espositivo per dipingere, da un suo bozzetto del           

             2002, il grande quadro “Il mito della caverna: da Platone a Bill Gates” il cui tema

             nasce dall’intuizione dell’analogia fra la realtà fittizia proiettata sul muro della

             caverna agli schiavi incatenati, nella concezione platonico di duelimatrecento anni 

             fa, e l’attuale realtà virtuale impostaci dai vari e contrastanti pilotatori dell’informa-

             zione mediatica.

2006     Milano – Centro Culturale Int.le d’Arte – Incontro con i grandi interpreti dell’arte

       contemporanea – Diploma di Accademico – dal 13 maggio.

Ferrara – Concorso Internazionale di Pittura, Scultura e Grafica “Art Howard 2006”

       dal 1° giugno.

             Firenze – Palazzo Vecchio Salone dei Cinquecento: XXIV Premio Firenze sez.                                                  

             Arti Visive 2 dicembre.

2007     Castiglione della Pescaia – con il patrocinio del Comune  “50 anni di “Thought

             art” di Edo Cei – Sala del Consiglio G. Lorenzoni e sale contigue -  dal 27  luglio -      

             Personale antologica.

2008    Grosseto – Salone della Parrocchia Maria SS “Dio, mistero di bellezza”

       Dal 30 marzo. - Collettiva.

       Castiglione della Pescaia – Atelier Sughera Alta –Poggiodoro – Cei apre al           

       pubblico  il suo studio. Dal 26 luglio – Personale.

       A settembre sospende le esposizioni per dipingere il grande quadro Autoritratto n°         

       2: tra vissuto e pensato.

2009     Milano – Galleria Sever: 1° premio assoluto SEVER d’Oro per la pittura con il          

 quadro Proibito volare”. Dal 31 gennaio – Collettiva.

                Milano – Galleria N’Art ai Navigli – dal 14 febbraio. Collettiva.

       A settembre sospende le esposizioni per dipingere il grande quadro “Autoritratto n°     

        2: tra vissuto e pensato.”

2010     Termina l’Autoritratto e dipinge La vie en rose, poi il  Modellatore di nuvole.

Castiglione della PescaiaAtelier sughera Alta – Poggiodoro – Cei apre al

        pubblico  lo studio. Dal 10 luglio – Personale.

2011     Grosseto – Stand Piazza Dante 150 Anni dell’Unità d’Italia. Collettiva. Dal 28        

             maggio.

 Castel del Piano – Palazzo Nerucci : Anteprima – Personale – Dal 13 agosto 2011 all’11 settembre 2011.



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